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Editoriale

Perimplantiti:
“tsunami” in vista?

ha portato alla più grande rivoluzione mai immaginabile nell’ambito della pratica professionale odontoiatrica. La possibilità di sostituire efficacemente e con alta predicibilità di successo elementi dentali persi con nuove radici artificiali costituite dagli impianti ha reso possibile ridurre drasticamente tanto il numero di pazienti portatori di protesi rimovibili, quanto quello di denti integri sacrificati nella preparazione di corone complete al solo fine di supportare strutture protesiche a ponte. Ciò ha dunque determinato un sostanziale beneficio in termini di funzione ed estetica, contribuendo sostanzialmente al miglioramento della salute orale generale.

Personalmente ho iniziato ad inserire impianti sui miei pazienti esattamente 20 anni fa. Essendo nato e cresciuto professionalmente accanto a Giuseppe Corrente, avevo prima potuto osservare, quindi eseguire, trattamenti implantari in pazienti parodontali. Pensate con quanto entusiasmo potevamo dunque aver accolto - così noi, come la comunità scientifica internazionale – il conseguimento, anche in questi pazienti, delle altissime percentuali di successo (90-95%) dell’osteointegrazione.

Nel corso di questi anni, lo sviluppo delle conoscenze in ambito scientifico ha portato definitivamente a riconoscere un particolare assetto genetico da parte dei pazienti suscettibili alla parodontite, specialmente per ciò che riguarda le forme aggressive. Di pari passo, abbiamo cominciato ad osservare, parallelamente al prolungarsi dei periodi di follow-up, uno sviluppo sempre maggiore di nuove tasche cliniche, ovvero di perdite ossee radiograficamente evidenziabili, intorno agli impianti inseriti anni prima in tali pazienti. Abbiamo dunque iniziato a prendere coscienza del fatto che con gli impianti siamo in grado di sostituire i denti persi, ma, purtroppo, non di modificare la genetica del paziente. Inoltre, dopo i primi idilliaci anni, ci siamo resi conto sul campo che il mantenimento a lungo termine della salute perimplantare - così come per i tessuti che circondano il dente naturale - può essere preservata solo mediante un elevato standard di igiene orale domiciliare associato ad una ben programmata terapia di supporto basata su richiami di igiene orale professionale.

Attualmente quelle che erano fino a pochi anni fa pure sensazioni cliniche basate su singoli casi della nostra personale quotidianità professionale, rappresentano dei dati scientifici incontrovertibili e - soprattutto - assai preoccupanti in proiezione futura. Possiamo infatti decidere se basarci su criteri clinici (profondità di sondaggio delle tasche perimplantari) o radiografici (entità della perdita ossea a partenza dal collare implantare), possiamo porre ad un livello più o meno profondo la soglia (clinica o radiografica) a partire dalla quale definire tale perdita come perimplantite, ma, alla fine non si può sfuggire al peso dei numeri riportati in letteratura: 25%, 33%, 50% o ben oltre il 50%, secondo quanto riportato nelle pubblicazioni più autorevoli dopo i primi 5 anni dal posizionamento implantare, rappresentano in ogni caso oggetto di seria preoccupazione.

Tale preoccupazione é poi aggravata da un fatto rilevante: mentre in presenza di una tasca intorno a un dente naturale sappiamo esattamente quale sia la modalità di trattamento più indicata e quale la prognosi di tale trattamento, quando riscontriamo lo stesso fenomeno patologico a carico di un impianto ci troviamo nella condizione di dover applicare, per così dire, l’improvvisazione per quanto riguarda sia la procedura terapeutica, sia il suo possibile esito. Troppo modesti infatti sono i dati di successo, tanto nella letteratura internazionale quanto nell’esperienza personale, per poter con fiducia ed entusiasmo proporre al paziente oggetto della patologia un trattamento di predicibile risultato.

Non so dunque se si possa parlare di “tsunami” in vista, nell’ambito dei prossimi anni per quanto riguarda la professione odontoiatrica, ma certo è che un terremoto – e forse non di lieve entità - é sicuramente alle porte.

Non mi si fraintenda: con tutto ciò non si vuole rinnegare la validità della metodica implantare. D’altro canto chi, in presenza di una patologia che colpisca irreversibilmente un proprio organo, non vorrebbe avere la possibilità di sostituirlo alla perfezione con un altro di tipo artificiale, pur sapendo che lo stesso ripartirà da una condizione di perfetta salute ma nel tempo, potrebbe nuovamente andare incontro ad ammalarsi? Questa é pertanto la visione con cui dovremmo oggi considerare l’impianto dentale: un prezioso e valido ausilio nel piano di trattamento, ma non un miracoloso ritrovato che consente finanche di by-passare cure dento-parodontali lunghe per il paziente e impegnative per l’operatore.

Per concludere, dunque, dovremmo ricordarci di alcuni punti saldi da cui partire in un approccio moderno e realistico all’implantologia. L’unico raggio di luce nella letteratura a proposito della salute perimplantare é costituito da uno studio svedese in cui nessuno dei pazienti sviluppò patologia a tale livello perché tutti furono trattati in maniera completa ed efficace dal punto di vista parodontale, quindi, solo al termine di questa fase, ricevettero impianti e, nel corso del tempo, furono sottoposti ad una stretta terapia di mantenimento.

Le terapie parodontali, endodontiche, restaurative e ortodontiche, singolarmente o nell’ambito di sinergie multidisciplinari, pur risultando spesso lunghe e impegnative, offrono anch’esse predicibili risultati a lungo termine e, solo qualora tali opzioni di trattamento non risultino vantaggiose in un corretto bilancio tra rischi, costi e benefici rispetto agli impianti, bisognerebbe prendere questi ultimi in considerazione.

Un riconsiderare, alla luce di quanto detto sopra, l’indiscriminata e, per così dire, selvaggia applicazione delle tecniche implantari a cui si è assistito negli ultimi anni, l’adottare tipologie di impianto di sicuro affidamento ed il motivare il paziente circa il fatto che la nuova radice di titanio non è un chiodo fissato in un muro, ma un vero e proprio dente che non si carierà ma che potrebbe di nuovo ammalarsi a livello dei tessuti di supporto qualora non mantenuto con le cure domiciliari e professionali che salvaguardano il dente naturale, unitamente all’avanzare della ricerca clinica in tema di strumenti e tecniche per il trattamento delle perimplantiti, costituiscono, a mio avviso, gli unici aspetti che possono permetterci di guardare con ragionevole ottimismo al futuro tanto della salute orale dei nostri pazienti quanto, da un punto di vista egoistico, della nostra professione in termini di tranquillità nell’affrontare la pratica quotidiana.

ultima modifica: 18/05/2011 Nome C.