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Editoriale

La Parodontologia
ieri, oggi, domani.

Un approccio biologico multidisciplinare indispensabile
per un successo terapeutico a lungo termine

Nacque in me questa esigenza nel voler coniugare i miei – ahimè – lunghi e stressanti studi di medicina e chirurgia con una disciplina come la parodontologia più vicina al mio modo di pensare in termini clinicoprofessionali.

Erano i primi anni ’80 ed in pochi ci occupavamo di questa materia. Ma coloro i quali vi si dedicavano erano tutti pervasi da un grande entusiasmo, poiché le conoscenze scientifiche erano molto limitate e tutto era da conquistare sia sotto l’aspetto della ricerca clinica che di quella di base.

Fino ad allora l’odontoiatria risultava dominata da un approccio prettamente meccanicistico mentre iniziavamo a comprendere come fosse l’approccio biologico quello con il quale avremmo dovuto confrontarci nella pratica quotidiana.

Oltretutto ogni disciplina guardava solo a sè stessa; personalmente mi rendevo conto che la multidisciplinarità permetteva un confronto di conoscenze ed esperienze tale da migliorare i piani di trattamento attraverso una visione a 360° dei problemi.

Protesi, odontoiatria conservativa, ortodonzia, endodonzia erano tutte materie che senza la parodontologia risultavano insufficienti a risolvere positivamente a lungo termine i casi clinici più comlessi.

Poi, con l’avvento dell’implantologia, purtroppo qualcosa è cambiato.

Questa disciplina infatti – anche molto “lucrante”- ha fatto si che venissero di nuovo troppo spesso dimenticati quei concetti poc’anzi esposti che peraltro, nel nostro team continuano a rappresentare il quotidiano principio sulla base del quale condurre l’attività professionale, dal punto di vista clinico e didattico.

Il panorama italiano e internazionale è spesso dominato, a mio avviso, da un implantologia non sufficientemente supportata dalla capacità di gestire i tessuti molli perimplantari, con la conseguenza naturale di diminuire la predicibilità di queste metodiche. Non a caso nei primi anni ’90 gli impianti erano visti come un presidio parodontale finalizzato alla sostituzione degli elementi dentari che la terapia non era stata in grado di conservare.

Oggi se un paziente è parzialmente edentulo con malattia parodontale, anche non grave, la terapia di elezione sembra essere diventata il carico immediato di impianti per supportare una protesi tipo Toronto con la cosiddetta formula “All-on-four” che prevede l’avulsione di tutti i denti residui eliminando strutture biologiche spesso altrimenti recuperabili.

Se non altro però l’avvento su larga scala dell’implantologia ha, nel tempo, risvegliato tale profondo interesse nei confronti dei tessuti molli (per il successo della terapia rigenerativa, per il successo estetico, per il successo funzionale a lungo termine in generale) da sempre “pane quotidiano” dei paradontologi.

In questo il background di esperienza multidisciplinare incentrato sulla parodontologia costituisce oggi una vera marcia in più anche nell’ottimale gestione di tale situazioni: appunto per questo, il Dr. Roberto Abundo – mio primo allievo in tal senso – ed io abbiamo scelto di trasfondere nel nostro nuovo testo “Chirurgia plastica parodontale” tutte le suddette esperienze applicate nel campo specifico della gestione dei tessuti molli.

autore — dott. Giuseppe Corrente

ultima modifica: 07/02/2011 Nome C.